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Storie di Fan: la Fan Fiction di Simone (Cap. 3)

CAPITOLO 3

Non avevo mai avuto nessuno con cui condividere pienamente la mia passione per Beyoncé. I miei compagni al tempo amavano solo musica heavy metal, con la quale io avevo ben poco da spartire.

Così quando, compiuti diciassette anni, acquistai il biglietto aereo per gli Stati Uniti, la mia prima aspettativa dal viaggio era di incontrare qualche fan sfegatato quanto me.

L’idea di un anno in America aveva sempre aleggiato sulla mia testa, ma durante il terzo anno di liceo si era mano a mano materializzata, e io la resi il mio futuro, il mio unico punto di riferimento.

Un anno in un liceo diverso, dall’altra parte del mondo, in una città enorme: New York City.
Se devo essere sincero, inizialmente avevo fatto domanda in una scuola in Massachusetts, ma non ero stato preso, così ero stato costretto a ripiegare sulla Grande Mela.

Tante persone mi dissero che ero pazzo, che avrei retto meno di due minuti in una metropoli come NYC, che già durante il lungo viaggio in aereo sarei scoppiato a piangere invocando la presenza dei miei genitori.

Ebbene, io andavo avanti fiero e a testa alta, fregandomene del tutto di quelle persone così crudeli. Non avevano fatto altro che rovinarmi la vita per diciassette anni, perché mai avrei dovuto ascoltarli ora?
Così mi preparai al grande giorno, feci le valigie, contattai la famiglia che mi avrebbe ospitato a Manhattan per il pick-up all’aeroporto.
Insomma, niente mi avrebbe fermato. Ero su un altro pianeta, pronto a ricominciare da zero.

Il viaggio fu più stancante del previsto. Feci scalo a Parigi, dove le hostess di terra parlavano un pessimo inglese impregnato di un fastidiosissimo accento francese – cosicché non capivo nulla quando mi facevano domande – e per andare in bagno a fare pipì feci una coda di dieci minuti. Ma stavo facendo esattamente quello che avevo sognato da anni, e ne avrei fatte anche tre, di code, per fare pipì!

Quando atterrai a New York, puntuale, ritirai le mie valigie e mi avviai verso l’uscita dell’immenso aeroporto, dove la mia nuova famiglia mi stava aspettando con un enorme cartello con su scritto il mio nome. Era impossibile non notarlo.

Durante il tragitto in automobile fino a casa, parlammo poco: ero stravolto dal viaggio e dal jet lag causato dal fuso orario.
Mi sembravano comunque molto simpatici: il padre era un po’ brusco, ma comunque abbastanza gentile; la madre molto affettuosa, sorrideva spesso tanto che mi chiesi se alla sera le venisse un male insopportabile alle guance; i due figli, gemelli, avevano tre anni meno di me ed erano, a prima vista, piuttosto cordiali.

Fu così che cominciai, giorno per giorno, una vita completamente diversa.
Finii per dimenticarmi, in meno di due settimane, quanto avevo sofferto in Italia, per via della mia famiglia, per via dei miei compagni di scuola, per via dei miei problemi di salute.

Certo, ero ancora io, però in qualche modo ero riuscito ad evolvermi, a sbocciare. I miei genitori mi chiamavano ogni due giorni e mi scrivevano delle email molto affettuose. Posso affermare che ero – per la prima volta nella mia vita – felice.

To be continued…

TESTI E TRADUZIONI © RIPRODUZIONE RISERVATA

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